martedì 30 agosto 2016

L'alba dei libri di Alessandro Marzo Magno

di Davide Dotto

Dov'è stato pubblicato il primo Corano in arabo? Il primo Talmud? Il primo libro in armeno, in greco o in cirillico bosniaco? Dove sono stati venduti il primo tascabile e i primi bestseller? La risposta è sempre e soltanto una: a Venezia. Nella grande metropoli europea - perché all'epoca solo Parigi, Venezia e Napoli superavano i 150.000 abitanti - hanno visto la luce anche il primo libro di musica stampato con caratteri mobili, il primo trattato di architettura illustrato, il primo libro di giochi con ipertesto a icone, il primo libro pornografico, i primi trattati di cucina, medicina, arte militare, cosmetica e i trattati geografici che hanno permesso al mondo di conoscere le scoperte di spagnoli e portoghesi al di là dell'Atlantico. Venezia era una multinazionale del libro, con le più grandi tipografie del mondo, in grado di stampare in qualsiasi lingua la metà dei libri pubblicati nell'intera Europa. Committenti stranieri ordinavano volumi in inglese, tedesco, cèco, serbo. Appena pubblicati, venivano diffusi in tutto il mondo. Aldo Manuzio è il genio che inventa la figura dell'editore moderno. Prima di lui gli stampatori erano solo artigiani attenti al guadagno immediato, che riempivano i testi di errori. Manuzio si lancia in progetti a lungo termine e li cura con grande attenzione: pubblica tutti i maggiori classici in greco e in latino, ma usa l'italiano per stampare i libri a maggiore diffusione. Inventa un nuovo carattere a stampa, il corsivo. Importa dal greco al volgare la punteggiatura.


La storia qui raccontata non ha eguali in Europa, e poco importa il primato della Germania con il suo Guttenberg inventore dei caratteri mobili (chi afferma che egli sia l'inventore della stampa non è molto preciso, di tecniche di stampa ve ne erano a iosa, e non solo in Europa: credo sia la prima cosa che imparano gli aspiranti bibliotecari).
Sono stati tre i presupposti che hanno consentito alla laguna una centralità senza precedenti:
1. Un'alta concentrazione di letterati. Da non trascurare la presenza, all'interno della Repubblica di Venezia, dell'Università di Padova e la presenza di lettori forti: se in Germania la lettura aveva carattere elitario (1,5% della popolazione) a Venezia coinvolgeva un quarto della popolazione maschile tra i 6 e i 15 anni che andava a scuola. 
2. Un'ampia disponibilità di capitali oltre a notevoli capacità imprenditoriali
3. L'assenza di censura a causa di una ridotta influenza della Chiesa e dell'Inquisizione, almeno fino alla metà del secolo XVI.

 Sarà grazie a uno stampatore d'eccezione come Aldo Manuzio che a Venezia fiorisce l'editoria e non solo quella italiana. Su molte cose egli è stato il primo:
  • ha diffuso i libri tascabili (libelli portatiles)
  • ha inventato il corsivo (non per niente si chiama italic: occupando meno spazio consentiva il risparmio della carta, assai costosa)
  • ha inventato il best seller
  • è autore di una rivoluzione intellettuale senza precedenti: quella del libro come svago, cosa inconcepibile durante il Medioevo fatto di copisti e di incunaboli. 
Dopo di lui l'editoria sarà irrevocabilmente diversa da come  era prima. Ancora ai nostri giorni conviviamo con le sue intuizioni. Ci vorrà, forse, il libro elettronico per mandarle in soffitta.

giovedì 25 agosto 2016

Estinzione - di Thomas Bernhard

di Davide Dotto
articolo uscito su Art-Litteram




Qualsiasi cosa scrivi è una catastrofe. Questa è la cosa deprimente della fede di uno scrittore. Non si può mai mettere su carta quel che si pensa o si immagina. Va perso quando è messo su carta.


Di solito si raccolgono i ricordi affinché non si disperdano. Estinzione assomiglia molto a un libro di memorie sui generis: nella pagina scritta sono travasati fatti, racconti, immagini neanche fosse un’urna funeraria. Si avverte il desiderio di staccare una memoria fastidiosa da colui al quale essa appartiene. Ciò può avvenire in un modo soltanto, cessando di esistere.
Il romanzo, che si apre con un telegramma, è un monologo ininterrotto di ben 496 pagine diviso in due parti. Franz-Josef Murau viene a sapere dell’improvvisa morte dei genitori e di Johannes, suo fratello maggiore e erede del feudo di Wolfsegg. Al lutto si accompagna un’eredità ingente, restano due sorelle di cui dovrebbe sentirsi responsabile.
La prima parte, una parentesi di 237 pagine, è un’assillante e tormentata elaborazione del lutto, un tergiversare intorno al significato del telegramma ricevuto.
In essa Franz-Joseph se la prende con i membri della sua famiglia, fino a coinvolgere il luogo in cui  ha vissuto e ad aprire la porta alle implicazioni della Storia. L’ambiente famigliare l’ha sfornato donandogli un’anima che può rinnegare ma non cambiare. La stessa cosa avviene con le idee, le suggestioni, le convenzioni dentro un periodo storico in cui gli è toccato vivere. Non è stato sufficiente allontanarsi. Roma, nella quale si è rifugiato, non è che un punto di osservazione come un altro. Il suo occhio è rivolto comunque verso la felix Austria. Trova difficile togliersi dalla scarpa gli stessi sassi con i quali ha camminato a lungo.
La seconda parte racconta l’indugiare nel presentarsi al cospetto dei suoi morti.
A partire da questo momento Franz-Josef (l’erede sostituto)  è il nuovo padrone. Così lo vedono le sorelle, le quali ritengono si comporterà di conseguenza:
 non avrebbero preteso da lui null’altro che il suo totale sacrificio (p. 298).

venerdì 19 agosto 2016

Mistero Buffo di Dario Fo

di Davide Dotto





"Mistero buffo" è certamente il più noto, in Italia e all'estero, tra gli spettacoli di Dario Fo e anche quello che ha destato più polemiche. Prima del gesto, la parola: la forza di quest'opera, che segna un momento di profondo rinnovamento del teatro italiano, sta soprattutto nel linguaggio, qui reinventato attingendo ai dialetti padani (e non solo) dei secoli XIII-XV con effetti esilaranti. Il testo è proposto in una nuova edizione integrale, cioè proponendo anche i cambiamenti avvenuti nel corso degli anni e degli oltre cinquemila allestimenti in Italia e all'estero, tra il 1969 e il 2003.

Chi ha un po' di dimestichezza con le canzoni di Giorgio Gaber e di Enzo Jannacci, sa benissimo che esse sono veri e propri pezzi di teatro. Non si assimileranno mai a sufficienza, né diranno tutto quello che hanno da dire se si ignora ciò che si muove in un palco. Leggere Mistero buffo senza avere idea della presenza scenica di Dario Fo, è sicuramente
un'esperienza minimale, molto si perde. Non per difetto dei pezzi, ma perché la nostra inventiva non giungerebbe mai a eguagliare la mimica, la tecnica, l'arte di chi a teatro ci è nato e il teatro se lo porta ovunque vada. Mistero buffo assomiglia a una partitura musicale e, si sa, molto dipende dall'interprete capace di impreziosirla o di rovinarla. 
Vi è un filo rosso che anima le diverse giullarate, un'anima e un nerbo che appartengono al loro autore. Gli appartengono talmente che l'opera non è mai la stessa perché varia, si allunga, si accorcia, si definisce, sviluppandosi in più direzioni, senza soluzioni di continuità.
I vari monologhi sono scritti e recitati in un miscuglio di dialetti e di onomatopee (grammelot) cui il giullare ricorreva per farsi capire ovunque si recasse, e tale da raggiungere tutti i vernacoli. Spesso nel medesimo discorso il giullare utilizzava più termini per indicare la stessa cosa, sempre al fine di farsi intendere:
Non me tocar a mi, che mi son zovina [ragazza], son fiola [ragazza], tosa [ragazza] e garzonetta [ragazza].
Altra caratteristica da tener presente, i testi appaiono incastrati uno nell'altro, un po’ come le Metamorfosi di Ovidio. La storia che segue è già dentro quella che precede, lo spettacolo costituisce un monologo unico, senza vere e proprie interruzioni.
Cos'è esattamente Mistero buffo? È una rappresentazione sacra che si fa buffa, grottesca, di origine popolare, priva di orpelli e fronzoli. Diventa, come si chiarirà a breve, strumento di critica sociale, raccontando in primis la storia di un furto. La cultura popolare viene messa da parte, ma non ignorata, semplicemente ci si appropria della sua saggezza levigando le forme, manipolando e adattando le sue creazioni. Del popolo si può, ovviamente, parlare, ma da parte delle persone colte, degli eruditi, dei letterati. Si ricordi in che modo i Fratelli Grimm si sono appropriati delle fiabe tradizionali, di fatto distorcendole ed estirpandone le radici. Chi voglia approfondire la questione non ha che da leggere il libro di Jack Zipes, Chi ha paura dei fratelli Grimm?
Dario Fo si ribella a un radicato luogo comune, quello che contesta al popolo la capacità di essere autore di testi, o che essi possano assurgere a qualità letteraria. Anche Dante Alighieri, nel De vulgari eloquientia, marciava sulle stesse corde, Boccaccio invece percorreva altre direzioni.

martedì 16 agosto 2016

[Approfondimento] Andreuccio da Perugia. Napoli in una novella di Giovanni Boccaccio.

di Davide Dotto




Andreuccio da Perugia, venuto a Napoli a comperar cavalli, in una notte da tre gravi accidenti soprapreso, da tutti scampato con un rubino si torna a casa sua.(Giovanni Boccaccio, Decameron, II, 5)
Il 30 marzo 1911 Benedetto Croce, nell’assemblea generale dei soci della Società napoletana di storia patria, tenne la conferenza dedicata alla novella di Boccaccio Andreuccio da Perugia. La conferenza si può leggere nelle Storie e leggende napoletane, più volte edita. Tra le mani ho la quarta edizione Laterza del 1948 che, rispetto alle precedenti, ha solo qualche lieve ritocco ed aggiunta.

La novella, dal ritmo via via più serrato, narra le peripezie di tale Andreuccio di Pietro, cozzone (mercante) di cavalli, accadute nel corso di una notte. Ha con sé, in bella mostra, cinquecento fiorini. 

mercoledì 10 agosto 2016

Alla ricerca di Beatrice - di Adriana Mazzarella

di Davide Dotto
articolo pubblicato su Art Litteram.com


O voi ch’avete li ‘ntelletti sani,/ mirate la dottrina che s’asconde/ sotto ‘l velame de li versi strani (Inf. IX, 61-63)

Solo chi ha vissuto in proprio certe esperienze interiori può dunque intendere ciò che Dante cercava di esprimere, in particolare in quei passaggi che tanto sconcertano la critica letteraria.

Il libro di Adriana Mazzarella insegue il significato simbolico della Divina Commedia sorvolando, ma fino a un certo punto, i risultati della critica letteraria.

Ciò è possibile quando non ci si sofferma alla lettera del testo, ma si accetta l’invito di compiere – dentro di sé – il medesimo viaggio di Dante. Cosa grandemente difficile se è vero che bene o male (anzi male) nella lettura della Divina Commedia spesso ci si ferma alla I cantica, leggendo poco la II e ignorando la III.

Ora, non aiuta a comprendere il significato del Poema il possederne un’idea di base, ma limitata a una lettura antologica. Né sono di aiuto gli innumerevoli commentatori che nel corso dei secoli hanno depositato chiose su chiose, soffocando il testo e rendendo inesplicabili certe parti, fino all’inevitabile fraintendimento:

 È più che legittimo il sospetto che molte di queste letture [Settecento e più anni di critica letteraria] abbiano sovrapposto alla Divina Commedia un sedimento di significati secondi, terzi e quarti che Dante stesso ignorava, e che non capirebbe nemmeno. Ma certo è che molti altri segnali minuziosamente orditi sotto la trama del poema, noi li abbiamo perduti per sempre (così Vittorio Sermonti, L’Inferno di Dante, BUR].
Vittorio Sermonti

Il volume di Adriana Mazzarella tenta, seguendo le suggestioni della psicologia analitica, di dare dall’opera uno sguardo più unitario possibile. O meglio, cerca una chiave (tra le tante che si possono avere a disposizione) che permetta di entrare nelle molte stanze di un edificio in parte inesplorato, senza limitarsi a scansionare l’architettura esterna.

La chiave di cui sopra è suggerita già dal titolo.

giovedì 4 agosto 2016

La morte a Venezia di Thomas Mann



di Davide Dotto

Forse dipenderà dal traduttore, ma chi affronta l’incipit de La morte a Venezia, deve vedersela con almeno due periodi lunghissimi, di respiro ottocentesco, che richiedono un’alta soglia di attenzione, come le pagine successive. È come se si dovesse aprire un gran portone, agendo sui cardini oltreché sulla serratura, utilizzando chiavi non troppo maneggevoli.
Una volta acquisito il ritmo e preso confidenza col respiro di questa novella, non è difficile seguire il corso dei pensieri di Gustav Aschenbach, che talloniamo nel corso della sua passeggiata. Se ci distraessimo dovremmo tornare indietro, col rischio di perderlo di vista non appena svoltato l’angolo. La pagina assume una densità inaspettata, una sola è come fossero tre.
Quali pensieri mai accompagnano i passi del signor Aschenbach? È ansioso di abbandonare il suo lavoro, ha bisogno di sentirsi libero e di posare i suoi fardelli. È anche per questo che ha scelto di fare lo scrittore, per dimenticare, per estinguere, tanto che di sé, a un certo punto, non si sappia più nulla.
È da questa prosa che finalmente si snoda il racconto, avvincente e semplice, il quale delinea sempre più chiaramente il ritratto di Gustav, che è anche di Thomas Mann: entrambi sono alla ricerca di un’eguale distanza tra il banale e l’eccentrico, che si fa regola di scrittura oltre che di vita: per alzare la media e attirare il gran pubblico, ma anche quello più esigente e raffinato. Ciò tuttavia produce una tensione inesauribile, perché è impossibile distendersi e rilassarsi, col rischio di rimetterci la salute. Aschenbach spinge se stesso a una produzione di altissima qualità, solo che forse gli manca l’adeguata struttura fisica e psicologica per sviluppare appieno il suo talento. Inevitabile una pervicace ascesa verso un'inflessibilità etica che si trasforma in pura vocazione estetica, dove vita e arte sono un tutt'uno, nella quale si tocca con mano ogni possibile contraddizione. Gustav ha raggiunto il punto più alto, il vertice della sua esistenza e della sua arte, il punto da cui si scende o si declina. Ora può solo tornare indietro o accettare la decadenza e la morte. Ma Aschenbach non vuole declinare, subisce il destino che è stato scritto per lui nel momento stesso in cui pensa di combatterlo, soccombendo al colèra che ammorba la città, ma prima ancora al proprio desiderio irrazionale che assomiglia a un vizio.

sabato 30 luglio 2016

Il terrazzino dei gerani timidi di Anna Marchesini

di Davide Dotto




I gerani, nel loro aspetto convalescente e malaticcio, sembrano esprimere un'esistenza al minimo, sonnolenta. Può capitare che qualcuno di essi trasbordi nella fioritura, e si spinga oltre i propri spazi angusti, scoppiando di vitalità. Gli altri, timidi, invidiosi e saccenti, rimangono chiusi in un rancoroso silenzio o borbottano:
“Ah, i giovani d’oggi”, “Cos’è sto baccano?”
Il baccano, come niente fosse, irrompe puntuale come un orologio nella forma lunga di un treno che fende l'aria e muove il vento. Si specchia nelle acque del fiume, col suo fare di freccia azzurra, per raggiungere il capolinea stabilito. 

Al capolinea ci sta la temibile mano con le dita da bacchetta della suora picchiatrice e fustigatrice di altre mani. Quelle di allievi discoli e poco studiosi. Il loro apparire è teatrale, sono la stazione terminale di una serie di ingorghi idraulici, dita legnose simili a quelle di manichini,
Tra esse scorre il rosario, sdrucciola e sfugge come una preghiera mai finita, oppure sfiorano i testi del pianoforte. Magari alla messa solenne, quella di Sua Santità. Non manca nulla, tra cesti di azalee e ortensie profumate, in libera uscita ci sono sempre loro: i gerani dentro enormi vasi.

L'imponente naviglio da guerra che è suor Giuseppina, questa donna spettacolare che ha le mani con le dita da bacchetta, fatica a trascinarsi. Un lieve dolore, uno strappo forse, la risveglia. Non si incaglia, giunge a destinazione e poco dopo la musica inonda la navata e incanta i fedeli.