venerdì 10 marzo 2017

La prima inchiesta di Maigret di Georges Simenon

di Davide Dotto
pubblicato su Art Litteram

Scheda del libro

La prima inchiesta di Maigret è il trentesimo capitolo della serie dedicata al commissario parigino. Qui il personaggio entra in scena nel quartiere Saint-Georges, sotto le spoglie di un giovane segretario. È un agente di polizia, non ancora nella “la stanza dei bottoni”. Fisicamente non è quello che abbiamo imparato a conoscere. Non è massiccio ma magro  e ha i baffi, che spariranno (con buona pace di Gino Cervi, suo interprete italiano).
Il mestiere di poliziotto è nobilitato fino a trascendere il terreno consueto, poiché si accosta a un’arte di diversa natura. Insomma, il poliziotto è un raccomodeur de destinées, un narratore che si addentra nella storia.
In essa si racconta di una donna che si affaccia alla finestra, delle sue grida d’aiuto, di lei che viene con prepotenza ricacciata indietro, del colpo di pistola che echeggia in strada. È pure la storia dell’unico testimone, un flautista sempliciotto che vuole vederci chiaro, e rimedia da un domestico un pugno in faccia.
Il ventiseienne Maigret ha un metodo ben diverso da quello di Sherlock Holmes. Non è un vivisecteur, cioè un uomo della scientifica che analizza tassello per tassello il singolo elemento per ricavare fredde ipotesi. È un poliziotto della vecchia guardia, animato da una caparbietà che procede oltre il rigoroso dettato di un manuale o di un regolamento:
“Quando si svolge un’indagine riservata bisognerebbe poter vedere tutti, vederli da dentro.”
“Una volta che Maigret avesse conosciuto il modo di pensare di ognuno di quegli individui, sarebbe stato facile ricostruirne i movimenti.”

sabato 4 marzo 2017

Musica distante di Emanuele Trevi

di Davide Dotto




Pubblicato la prima volta nel 1997, qui riproposto e accresciuto, il volume è la rivisitazione della grande letteratura attraverso una griglia particolare. Le opere passate in rassegna vengono classificate e analizzate seguendo lo schema delle virtù teologali (fede, speranza, carità)  e cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza) nate dal connubio tra cultura pagana e cristiana.
In questa griglia (ma ciascuno può costruirne di proprie) si afferma la sovranità del lettore: come non è possibile sognare il sogno di un altro – spiega Trevi – diversi lettori non tradurranno mai quel che leggono alla medesima maniera. Se dessimo da leggere un racconto a dieci persone diverse, avremmo dieci resoconti distinti, più un undicesimo, la loro sintesi:
Da questo punto di vista il singolo individuo, nell'esercizio della soggettività, è una specie di Arca di Noè, un luogo di salvezza e di transito.

domenica 26 febbraio 2017

[Approfondimento] Qualcosa di scritto di Emanuele Trevi

di Davide Dotto

 Emanuele Trevi è un testimone privilegiato di Pier Paolo Pasolini. Non l’ha incontrato personalmente, ma ha avuto la possibilità di lavorare con Laura Betti (1934-2004), cantante, attrice e infine curatrice del Fondo Pasolini. Non è stata una passeggiata, ma qualcosa di prezioso:
Le uniche scuole davvero degne di essere frequentate sono quelle che non ci scegliamo e delle quali imbocchiamo la porta per caso.
Alle difficoltà affrontate, il giovane Emanuele ha opposto una quieta impassibilità. Questo è il genere di dardo che riempie le faretre delle persone non aggressive. Se esse sono immuni dalla rabbia, la inoculano in coloro che li eleggono, o ne fanno la propria anima gemella. È il caso di Laura Betti, depositaria di una rabbia (che non ha mai il sapore di vero rancore) che ha trovato in Pier Paolo Pasolini il proprio senso compiuto.
In questo contesto nel 1992 esce Petrolio, un grosso frammento, quello che resta di un’opera folle e visionaria, fuori dai codici, rivelatrice, il quale sembra provenire non tanto dal passato, ma da un’altra dimensione:
Come un personaggio di un libro di fantascienza catastrofica, di un incubo di Philip Dick, Pier Paolo Pasolini ha scoperto l’orrenda verità che si nasconde dietro le apparenze, e bussa alle porte dei suoi simili per comunicare le sue scoperte prima che arrivi qualcuno a farlo fuori... Entrambi manifestano orrore nel potere in qualsiasi forma esso si manifesti”, combattendo una battaglia senza speranza contro “il gioco delle forze nascoste che governano il mondo.

domenica 19 febbraio 2017

Il segno dei tre - Holmes, Dupin, Peirce a cura di Umberto Eco e Thomas A. Sebeok

di Davide Dotto
pubblicato su Gli scrittori della porta accanto



Il volume fa parte di una collana di per sé impegnativa dedicata alla semiotica, disciplina rigorosa nelle sue enunciazioni ma non semplicissima. Chi ha avuto tra le mani, anche per sbaglio, il Trattato di semiotica generale  di Umberto Eco sa di cosa parlo. In genere ciò che rende di difficoltosa lettura i testi filosofici, più che l’astrusità e la complicatezza dei concetti, è l’estrema ricchezza di termini che, per essere divulgati, necessitano di una definizione sulla quale i diversi autori concordino. Solo così vincerebbero la tentazione di inventarne di propri. Uno stesso concetto a seconda dell’autore o della scuola può avere dieci, venti locuzioni differenti, e ciascuna un significato diverso a seconda di chi la utilizza. Ciò provoca una moltiplicazione di enti paradossale, come se a ciascuno corrispondesse una cosa a sé: troppi nomi per dirne uno solo, per esser chiari.
Nonostante le apparenze e il carattere ostico del primo saggio dal titolo One, Two, Three... Uberty (a mo' di introduzione) di Sebeok, nel complesso il libro è leggibile, non privo di interesse e soprattutto di spunti chiarificatori.
Gli elementi da cui si parte sono fondamentalmente tre. Vi è un oggetto (o un segno), il suo significato, il suo interprete.  Tutte le enunciazioni dotte che vengono enumerate nei saggi qui raccolti ruotano intorno a questi tre concetti, con particolare riguardo al terzo che viene impersonato nientepopodimeno che da Sherlock Holmes.
Jeremy Brett (1933-1995)

La posizione dell'interprete che si pone di fronte a un oggetto (o segno, indizio che dir si voglia) è delicata e insidiosa perché è un soggetto che enuncia dei giudizi, compie considerazioni soggettive. Basta questo per ritenere che qualunque interprete  si muova su un campo minato. Chi ci garantisce che le sue deduzioni siano non solo probabili o possibili, ma vere? Chi ci garantisce che un secondo interprete consultato per la medesima questione risponderà giungendo a identiche conclusioni? E se sì, attraverso quali metodi? E qual è il metodo di Sherlock Holmes?

venerdì 27 gennaio 2017

[Giorno della memoria] Vita di Irène Némirovsky di Olivier Philipponnat e Patrick Lienhardt

di Davide Dotto
Articolo già uscito su Art Litteram


Pare che Irène Némirovsky iniziasse a scrivere per sconfiggere la noia. Nei suoi primi romanzi racconta storie amorose in bilico tra il lusso e la frenesia della vita moderna. L'autrice è travolta da una stagione di feste e dalla grossolana allegria che ricorre nel Grande Gatsby:
“il mondo intero danzava quella frenetica farandola iniziata all’indomani della guerra, finita all’improvviso tra il 1930-31".
Sono anni di frivolezze, ma anche di relativa serenità.
L'abbagliante vortice di mondanità che si muove in Europa nasconde tuttavia una calamità distruttiva. Si sta, di fatto, all'interno dell'occhio di un ciclone. C'è chi se ne avvede, magari ne ha un velato presentimento. Questo conduce la Némirovsky alla scrittura, guidata dal senso di un'urgenza di chi sa di avere poco, pochissimo tempo.

C'è un volume della Newton Compton che ospita gran parte delle sue opere superando abbondantemente le 1500 pagine.
In esse si narra della tradizione ebraica, per alcuni un incomodo da cui prendere le distanze, da rinnegare a costo di condurre se stessi al più radicale degli sradicamenti:

lunedì 23 gennaio 2017

Seminario sulla gioventù di Aldo Busi

di Davide Dotto


Tutto è diverso da quello che sembra. E se l'amore negato, l'ingiustizia che accende una rabbia cocente, «tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani» diventano i semi di una storia da far fiorire a fuoco nella mente degli altri, l'esistenza può perfino rivelarsi un inaudito viaggio dentro e fuori dal labirinto in cui scalpita, smascherato, il minotauro dei falsi sentimenti. Qual è la verità che Arlette, Suzanne e Geneviève cercano di nascondere al giovane protagonista di questo Seminario? Quale ruolo sociale potrà ingabbiarlo mai, se fino dall'infanzia Barbino si ribella a ogni convenzione e tradisce soltanto per garantire una sincerità profonda? Luminoso e ustorio, questo è stato il primo romanzo di Aldo Busi ed è già diventato un punto di riferimento per i giovani dei molti paesi in cui è stato tradotto: un classico della letteratura più elegante, quella che sa parlare con il ritmo e il respiro della vita.

Seminario sulla gioventù è un romanzo densissimo, da gustare frase per frase, virgola dopo virgola.
Nessuno sembra capace di frenare Barbino, un Pinocchio scalpitante uscito da chissà dove, scoppiettante di entusiasmo, tendenzialmente nato fuggiasco e capace di mille sentimenti alla volta, sfumature comprese. È ribellione allo stato puro verso qualunque cosa lo possa ingabbiare. Precoce anzitempo, la sua personalità è definita e per niente scissa, ineducabile perché il bene e il male assumono in lui un’unica sostanza chiamata libertà.
Barbino desidera farsi autore e sovrano degli eventi e quasi suggerire gli accadimenti. Ma è l’Autore, quello vero, ad avere l’ultima parola, a porre un freno (pure se fittizio e di maniera) a un personaggio che scivola da tutte le parti. Pur sfidandosi a distanza ravvicinata, non pare esservi completa identificazione tra Barbino e Busi, piuttosto vi è con i luoghi a loro comuni (Montichiari, Parigi, la prospettiva di un viaggio a Londra).
Il Pinocchio-Barbino non tiene le fila del racconto, e tuttavia si ribella al fatto che esse siano in mano ad altri. Preferisce pronunciarla lui l’ultima parola, scegliersi il finale che più gli si addice, questo il suo modo di porre nel sacco il destino, o dare lo scacco a chi intralcia il suo cammino.

venerdì 20 gennaio 2017

L'insostenibile leggerezza dell'essere di Milan Kundera

di Davide Dotto




Nel romanzo la pesantezza e la leggerezza dell'esistenza si radicano su un'idea sconcertante che, pare, sia costata il senno a Nietzsche: quella dell'eterno ritorno. Eterno ritorno è il tempo che si muove in circolo, moltiplicazione degli stessi atti, cosa che rende relativo (o infinitesimale) qualsiasi cambiamento. L'alternativa è ugualmente insopportabile: la vita che viviamo è un'esperienza unica e irripetibile, dopo di essa niente resta, nemmeno il ricordo, o una fotografia. Le nostre esperienze e i nostri giorni, privi di peso e significato, scompariranno senza lasciare traccia. Se gli eventi accadono una sola volta, è come se non fossero mai avvenuti (Einmal ist Keinmal). Basta questo a manifestare una leggerezza di per sé insostenibile, per il solo fatto che ogni decisione presa si rivela indifferente.
È indifferente il cancellierato di Adolf Hitler? È indifferente il Regime del Terrore di Robespierre?
C'è una bella differenza tra un Robespierre che è comparso una sola volta e un Robespierre destinato a tornare in eterno.
La storia è leggera al pari delle singole vite umane, insostenibilmente leggera, leggera come una piuma, come la polvere che turbina nell’aria, come qualcosa che domani non vi sarà più.