sabato 26 novembre 2016

Yoshe Kalb di Israel Joshua Singer

di Davide Dotto
Articolo uscito su Art Litteram








Chi è l'uomo, assente e impenetrabile, che alla domanda «Chi sei?» dei settanta rabbini appositamente convenuti a Nyesheve dalle grandi città della Polonia russa e della Galizia risponde solo, con voce remota: «Non lo so»? Il sensibile, delicato Nahum, genero dell'onnipotente Rabbi Melech ed esperto di Qabbalah, tornato pressoché irriconoscibile a Nyesheve dopo quindici anni di un misterioso errare? O, come invece sostengono i nemici di Rabbi Melech, il più miserabile e deriso dei mendicanti di Bialogura, Yoshe il tonto, che per placare una spaventosa epidemia è stato unito in matrimonio a Zivyah, la figlia idiota dello scaccino? È un asceta, un santo, degno di succedere al­l'or­mai anziano rabbino di Nyesheve e di guidare i hassidim, o un peccatore, uno spergiuro? Mai la comunità ebraica è stata tanto lacerata e divisa – al punto da istituire un tribunale che risolva il caso –, mai ha conosciuto una così sanguinosa faida, quasi che le sue sorti fossero appese all'e­sile filo di una vacillante identità e di un incomprensibile vagabondare. E mai come in quest'uomo l’impossibilità di decidere del proprio destino, l'esilio – da se stessi, anzitutto –, l'angosciosa ricerca di una patria inesistente hanno trovato una più arcana, struggente, memorabile in­­carnazione.

Nel corso degli anni ho avuto in mano diversi romanzi appartenenti alla letteratura yiddish. In primis ho letto i racconti di Isaac Bashevis Singer, fratello di Israel Joshua, e mi è rimasto impresso quello che dava titolo alla raccolta, Jimpel l’idiota.
L’yiddish è una letteratura a sé, una parlata ebraico-germanica con un sapore tutto suo. Riusciamo a cogliere qualcosa delle atmosfere, delle metafore, nel testo tradotto che giunge a noi.
Di primo acchito abbiamo l’impressione di entrare in un mondo che, in quanto gentili, non può essere più lontano ma che non tarda a incantarci e sorprenderci. Il popolo ebraico ha un’identità fortissima e a tratti inconsapevole, la quale talvolta si fa peso insostenibile. È un’identità che si acquista ma non si perde. Può aver poco a che fare con l’etnia e non è un puro fatto religioso. Importa poco si sia praticanti o no. I non praticanti, forse, assumono una posizione particolare, non meno definita, come Franz Kafka e Irène Némirovsky.
Sia gli uni che gli altri hanno in comune l’ossessione, il tormento del peccato, del mistero dietro la Legge. I primi sembrano possedere più strumenti: obbediscono meticolosamente ai dettami del proprio credo, rispettando minuziose prescrizioni. Chi può trascorre l’intera esistenza tra i libri sacri a meditare e discutere i singoli casi, seguendo le vie di una giurisprudenza celeste.

domenica 13 novembre 2016

[Poesia] Non lascia nulla dov'è




Non lascia nulla dov’è;
sposta le colline,
asciuga il diluvio
e le pietre,
snuda la terra
di lingua e orecchio.
È più feroce dell’innocente
che non vuole adulti intorno
e se a te si aggrappa
l’anima dalla bocca ti strappa
come l’animale l’erba.
[Federica Dotto]

fermarti non posso

2016, isbn: 978-88-6770-134-6, € 15.00
Tic-tac… se il tempo avesse o facesse un verso forse questo sarebbe il suo: reiterato, martellante, infallibilmente esatto. un furioso animale chimerico che tutto trascina con sé, in una rincorsa a precipizio
dal futuro verso il passato.
«Fermarti non posso!», grida un uomo nel presente. Ma se egli è poeta ecco che l’attimo s’allunga, l’infanzia rievocata rivive, il futuro s’allontana in una bolla. È il potere della parola, che, segnando, ferma.
Più di cento poeti contemporanei offrono in questa antologia il loro contributo al tema del tempo, antichissimo ma mai esaurito, coniugandolo nell’amara invocazione al presente, nel ricordo del passato, nella speranza futura.


sabato 12 novembre 2016

I baci sul pane di Almudena Grandes

di Davide Dotto
articolo uscito su Art-Litteram

Quando cadeva per terra un pezzo di pane, gli adulti dicevano ai bambini di raccoglierlo e baciarlo prima di rimetterlo nel cestino... Noi che da bambini abbiamo imparato a baciare il pane, abbiamo in mente la nostra infanzia e ricordiamo l’eredità di una fame che ormai non conosciamo più...
I baci sul pane è un romanzo corale che contiene storie e voci che si rincorrono. Delinea il ritratto delle generazioni (quelle spagnole) che non hanno conosciuto la guerra ma il benessere degli ultimi cinquant'anni. Il mondo Occidentale ha lasciato alle porte le fatiche di chi doveva inventare ogni giorno un espediente,mettere insieme almeno un pasto per sé e la propria famiglia. La fame la si soffriva prima e dopo le guerre mondiali, raggiungendo il culmine nel 1946, l’annus horribilis raccontato da Victor Sebestyen. I nati nei primi decenni del Novecento hanno affrontato di tutto. Se sono giunti incolumi nel XXI secolo, è perché hanno vinto una incessante battaglia per la sopravvivenza.

Il dilemma affrontato da Almudena Grandes è tutto qui: ci si chiede se chi è nato dopo, (dagli anni Cinquanta in poi) abbia sufficienti risorse per affrontare gli aut aut imposti dalla crisi di un modello che non poteva durare in eterno, e che poi avrebbe presentato il conto. Perdere i contatti con una parte cospicua della propria storia (Siamo sempre stati poveri…) ha l’effetto di ridurre sensibilmente la capacità di adeguarsi alle traversie che ciclicamente si alternano alla buona sorte. Se nel corso delle precedenti generazioni si sono date per scontate le vacche magre, altrettanto è avvenuto con le vacche grasse. C’è stato un tempo, insomma, in cui l’unica eredità possibile era la miseria, e con essa gli stratagemmi per conquistare un domani qualsiasi, per mezzo dei figli destinati a sopravvivere all’indigenza. 

domenica 6 novembre 2016

[FILM] Vita privata di Sherlock Holmes di Billy Wilder (1970)

di Davide Dotto
articolo uscito su Gli scrittori della porta accanto


Un'attraente donna denuncia la scomparsa del proprio marito. L'indagine conduce Sherlock Holmes e il Dr. Watson in Scozia, dove, con loro grande sorpresa, scoprono un complotto che coinvolge una società clandestina, i servizi segreti di sua Maestà e il mostro di Loch Ness. Ma Holmes, prima di giungere al famoso "elementare", commette un errore che potrebbe mettere a repentaglio la sicurezza della Gran Bretagna e rovinargli la reputazione.




Ho tra le mani il libro di Alan Barnes Sherlock Holmes on Screen, the complete film and TV history, edito dalla Reynold & Hearn Ldt di Londra. L'edizione è del 2002, quindi non aggiornatissima. Vano è cercare un testo simile in italiano.
Tra una cosa e l'altra ho preso confidenza con Eille Norwood, uno dei primi a impersonare il grande detective, cui seguono Basil Rathbone, Jeremy Brett, Peter Cushing. Non mancano sorprese: per esempio Christopher Lee, Charlton Eston, Michail Caine. Ci sono anche parodie geniali ed esilaranti, di cui si parlerà a tempo debito. Ho recuperato qua e là qualche DVD tra cui The Life of Sherlock Holmes di Billy Wilder. Pensavo si trattasse di una semplice parodia, ma mi sbagliavo:
The Private Life of Sherlock Holmes is not a comedy and it's not serious.
Le notizie che traggo da Alan Barnes sono piuttosto interessanti. Le riprese sono iniziate nel maggio del 1969 presso i Pinewood Studios, con un budget non inferiore ai 10 milioni di dollari. Gli ambienti sono resi con cura maniacale: se non ho capito male 80.000 sterline sono state spese solo per Baker Street, ricorrendo allo scenografo Alexander Trauner di cui si dicevano cose tipo: He built houses, not set. E dire che queste scenografie riguardavano solo una parte della produzione, se escludiamo la location di Inverness, con tanto di mostro di Loch Ness, il prototipo di un sommergibile.

domenica 30 ottobre 2016

Tutto in 17 sillabe (Il senso dell'haiku tra Oriente e Occidente)

di Andrea Tavernati

Cosa si può dire in 17 sillabe?
L’haiku è una brevissima composizione poetica nata in Giappone nel XVII secolo e tradizionalmente resa nella cultura occidentale, che l’ha scoperta nel XIX, in una sequenza di soli tre versi di 5, 7 e 5 sillabe, senza esigenza di rima. Nella sua versione più classica l’haiku deve contenere un riferimento stagionale, parlare della natura ed escludere l’io del poeta.

Una struttura, quindi, che costringe l’autore a una estrema concentrazione. Ma sarebbe un errore considerarlo solo come un gioco di abilità cui l’aspirante scrittore di haiku si sottopone volontariamente.

L’immagine a cui si può avvicinare il lavoro compositivo è quella caratteristica dell’ultima scultura michelangiolesca, nella quale il soggetto rappresentato viene estratto da una materia riottosa e ancora magmatica, mai completamente dominata. I colpi di scalpello che definiscono la figura equivalgono allo sforzo di recuperare, nell’haiku, la parola unica, perfetta, che in brevissimo parlare si stacchi dal diluvio del ciarlare quotidiano e, legandosi a pochi altri elementi altrettanto indispensabili, colga l’essenza delle cose. Si crea così una tensione fra la parola, con il suo impegno a circoscrivere un concetto, e il limbo indifferenziato di una langue – la materia prima – originaria, in cui tutto è ancora nella dimensione del potenziale. L’opera dell’autore si concentra nella necessità di recuperare il proprio dire a una autenticità che l’uso e l’abuso della lingua ha soffocato con milioni di manipolazioni, travisamenti e incastri sintattici, morfologici, semantici, disperdendone infine il nocciolo interiore ed emotivo.

giovedì 27 ottobre 2016

Rileggendo Frankenstein di Mary Shelley

di Davide Dotto
Karloff in Bride of Frankenstein (1935) - Wikipedia
 Se Prometeo ha regalato il fuoco agli uomini e per questo  è incatenato e punito per l'eternità, Victor Frankenstein ha voluto impossessarsi di un fuoco ancora più sacro: il segreto della vita. Ha avventatamente creato un essere che ha abbandonato a se stesso. Il mostro che è uscito da quelle mani non ha avuto il tempo di aprire gli occhi che il suo artefice, pentito, l'ha rifiutato, maledetto. Victor ha commesso un sacrilegio che non resterà impunito: il conto che gli verrà presentato sarà salato. 

Non è facile confrontarsi con il libro di Mary Shelley perché il racconto è entrato nel nostro immaginario attraverso film, parodie. Non diversamente capita con il Pinocchio di Collodi, tanto che ci si può domandare quanti l'abbiano sfogliato e letto.

Il romanzo dal punto di vista letterario lascia a desiderare. Tuttavia è coinvolgente e notevole per tutta una serie di motivi non trascurabili.

 La storia è intrisa di romanticismo, segue uno schema scontato. Ha un inizio e una fine epistolare, in mezzo vi è il lungo resoconto delle traversie di Victor. Ciò richiama le ultime lettere di Iacopo Ortis,  o I dolori del giovane Werther  (citato nel romanzo). 

Non c'è una sola storia, ma addirittura tre: 

venerdì 14 ottobre 2016

In questo progresso scorsoio - conversazioni con Andrea Zanzotto

di Davide Dotto

Emergenze climatiche e crisi ambientali, conflitti per l'energia e fondamentalismi religiosi, turbocapitalismo in panne ed eclissi degli idiomi minori: agli esordi del nuovo millennio, ci troviamo immersi in un "tempo che strapiomba", si aprono nuove difficili sfide, che stiamo affrontando inconsapevoli. Una certa teoria del progresso, sordida e indifferente all'etica, rischia di portarci verso l'autodistruzione. Sono riflessioni come queste ad angosciare oggi Andrea Zanzotto, maestro di coscienza, oltre che autore di versi fra i più importanti e profetici del Novecento. In queste conversazioni, frutto di una lunga amicizia e consuetudine, il poeta ripercorre con Marzio Breda la propria esperienza umana, culturale e creativa. Con una nota di Claudio Magris.

Andrea Zanzotto (1921-2011) raramente ha lasciato Pieve di Soligo (TV). È divenuto poeta e paladino delle montagne, delle colline deturpate dalla I guerra Mondiale, tanto da mutarne il nome (Sernaglia, Nervesa, Moriago, cui è stato aggiunto "della Battaglia"). Ha preso, allora, la penna in mano e li ha cantati, questi luoghi, lasciandoci un in inevitabile ritratto di sé. 
Ha denunciato, instancabile, il parto del progresso: la Los Angeles Veneta, la megalopoli padana, il paese dei Balocchi (per non dire baiocchi), il serpentone vorace che si ciba di campi, di suoli, un tempo luoghi di favole e fate. Si è passati dalla selce dell'Arcadia pagana al silicio dell'Arcadia telematica, pregiudicando la possibilità stessa di mantenere e maturare, dell'uomo, un'idea alta e libera. Al punto che non trova più spazio un’identità o una memoria da difendere. L'importante è la sicurezza del quattrino, abbattere la paura di tornare poveri e le tracce del mondo di quando si stava in miseria. Perché il ricco Nord-Est, a ben vedere, è derivato dopo tutto il resto. Il progresso e la velocità hanno prodotto insicurezza, l’instabilità che sa di schizofrenia e paranoia. Per esempio chi oggi volesse preservare un angolo del paesaggio altrimenti offeso, il giorno dopo viene sorpreso sotto un'altra bandiera, a lottare per il motivo contrario. La realtà stessa è avvinta dalla contraddizione dei suoi termini. Guai a uscirne:
si crea una struttura oscillante di non-sensi… entro cui è destinata a naufragare ogni logica.

Si perde l'indispensabile resistenza. Se essa è presente, è comandata dall'occasione del momento, manca di un progetto. Nulla impedisce lo slittamento verso il peggio, all'insegna di un progresso distruttivo che divora se stesso, alla fine del quale non resta nulla a cui tornare. La continua devastazione della bellezza costringe ciascuno a cercare significati nel brutto che rimane. Il contatto incessante con la bruttezza conduce a fenomeni regressivi al limite del disagio mentale, disagio che viene etnicizzato, sviluppando umori rancorosi verso l'altro, il diverso. Poco importa chi esso sia: una volta si additava chi era nato e cresciuto al di là del Piave. Già allora non si guardava molto lontano.