giovedì 29 settembre 2016

Le novelle esemplari di Miguel de Cervantes

di Davide Dotto



Nell’opera sono raccolte dodici novelle dette “esemplari” perché da ciascuna si può trarre il dovuto insegnamento (l’esempio profittevole, come afferma lo stesso Cervantes). Singolari sono La Zingarella e il Dottor Vetrata.
Ne la Zingarella si racconta di Andrés e Preciosa. Si sono promessi a condizione che l'uno sposi non solo l'amata, ma anche la filosofia di vita gitana del suo popolo. 
Andrés accetta di buon grado quello che, in fondo, Giulietta chiedeva a Romeo: di rinnegare il proprio nome, i propri natali, le origini, commutandoli in una vita avventurosa, nomade e zigana.
Se la tragedia shakespeariana è messa da parte, si inserisce tra i giovani il gioco perverso di una locandiera innamorata che vuole sottrarre a Preciosa l'innamorato. Ricevuto da questi un fermo rifiuto, non esiterà a nascondere dentro il suo sacco della refurtiva, costringendo Andrés ai ceppi, accusato di furto. 
Ebbene: senza l'intervento nefasto della locandiera, Preciosa non avrebbe mai incontrato suo padre. Il Corregidor, chiamato a investigare sulla faccenda, grazie a prove irrefutabili riconosce nella gitana la figlia perduta Non diversamente accade ad Andrés, riconosciuto quale don Juan de Càrcamo, il cui padre è governatore della città chiamata a giudicarlo. Andrés e Preciosa, insomma, ritroveranno il loro nome e le loro sostanze.

Nel “Dottor Vetrata” invece si narra di una ricca signora la quale propina, all’amato che la respinge, della melacotogna, causandone la follia. Costui, credendosi di vetro, è preso dal terrore di ridursi in frantumi al minimo scossone. A dispetto di ciò Vetrata – così viene chiamato – manifesta un ingegno e una saggezza senza pari, e molti ne approfittano per chiedergli e ottenere il consiglio giusto.


Le “Novelle Esemplari” rappresentano il miglior prologo alla lettura del Don Chisciotte, storia di un vecchio pazzo pronto ad affrontare il mondo come i cavalieri erranti che ha incontrato tra le pagine dei libri della sua biblioteca. Nonostante la follia, in Don Chisciotte alberga la vita, una saggezza arcana che lo spinge a rifiutare il mondo così com’è, a inseguire la realtà più vera che si nasconde nel sogno.
Nelle novelle comprese nella raccolta, la cavalleria è ancora un valore universale, un abito del quale chiunque può vestirsi, senza necessariamente avere appresso un cavallo, un’armatura o una lancia. È un “habitus” del cuore, una mentalità comune (una cultura) che permette il dialogo civile tra il nobile e il gitano, non c’è preminenza di casta o volontà di sopraffazione se non nel caso questi valori siano dileggiati o offesi. Discende da qui persino un’interscambiabilità dei ruoli: chi è il gitano e chi è il signore, a questo punto, importa poco. Piuttosto scoprire i nobili natali di una locandiera (La sguattera illustre) può rappresentare una conferma di un abito che già si indossa. Si esige che un uomo di valore sia tale dentro qualunque veste, senza badare troppo alle insegne.
Già ne la Zingarella non si avverte l’abisso tra il gitano e l’aristocratico, tra la nobiltà del casato e quella dell’animo, tra il facoltoso e colui che soffre di rovesci di fortuna. I personaggi dell’una e dell’altra schiera si fronteggiano col rispetto dovuto a ciascuno.


La lettura delle novelle esemplari suggerisce un’altra cosa: la comune esperienza ci avverte che la strada che conduce al male è lastricata spesso di buone intenzioni, ma è pur vero che quelle cattive possono rappresentare strumenti di una sorte benigna piuttosto che avversa.

La questione è rilevante: il finale che allieta tutte le novelle di Cervantes non è mai frettoloso o posticcio. Alla base vi è tutt'al più una fede: quella che tutto aggiusta, che riporta l’ordine al caos creato dagli uomini e dalle vicende narrate.

A proposito Manzoni due secoli più tardi avrebbe parlato di provvidenza e, senza farlo apposta, in un romanzo ambientato, grossomodo, nel secolo di Cervantes (nel '600).


Autore: Miguel de Cervantes
Traduttore: Crovetto P. L.
Editore: Einaudi
Pubblicazione: luglio 2002
ISBN: 9788806162061
Pagine: 572

giovedì 22 settembre 2016

[Approfondimento] 1946 di Victor Sebestyen

di Davide Dotto
pubblicato anche su Art-Litteram


1946 - un anno zero.

Il libro di Victor Sebestyen rappresenta un affresco ampio e dettagliato della nostra storia più recente, tutta incentrata su un solo anno, il 1946. Un anno zero come ve ne sono molti, ciascuno dei quali dà avvio a un nuovo inizio.

Il 1946 è l’anno in cui si gettano le basi del mondo così come lo conosciamo e lo abitiamo, siano esse la guerra fredda, la crisi del modello imperialista ottocentesco, l’inasprirsi del conflitto arabo-israeliano.
In Europa la situazione post-bellica è gravissima: non si produce nulla, milioni di persone soffrono di stenti e la fame. Le parole d’ordine sono: garantire a tutti l’istruzione gratuita, improntare un sistema di assistenza sanitaria e di assicurazione sociale, incoraggiare la piena occupazione, ricreare dal nulla un’economia che consenta all’Occidente di rialzarsi per prosperare di nuovo. È allora che il mondo conosciuto si divide in due blocchi sui quali vigilano le due superpotenze emergenti: Stati Uniti e Russia.

È anche l’anno in cui troppi conti sono da chiudere, affinché non scoppi di lì a poco un terzo conflitto mondiale, di cui sembrano esservi tutte le premesse:
  1. L’Iran diviene una vera e propria terra di conquista per chi si contende lo sfruttamento dei suoi giacimenti di petrolio: Gran Bretagna, Stati Uniti e Russia.
  2.  a destare preoccupazione sono l’escalation dell’aggressività dei sovietici, la pressione per avere in Turchia una base militare, il desiderio ossessivo di colmare il divario tecnologico-scientifico con l’Occidente.
  3. la questione greca, baluardo contro la diffusione del comunismo in Europa, non è né la prima né l’ultima.
Il dopoguerra in Occidente.


Gli Stati Uniti corrono ai ripari con il piano Marshall: se l’Europa è troppo importante per lasciarla agli Europei, non possono permettersi che cada nelle mani della Russia di Stalin, complice il tracollo economico di quegli anni difficili. Il timore dell’infiltrazione comunista in Europa e in USA diviene una vera e propria ossessione ai limiti dell’isteria, come ben evidenzia il film  Goodnight and goodluck (2005) diretto da George Clooney.
Fanno presto ad affiorare contraddizioni mai risolte e, di fatto, irrisolvibili. Da una parte occorre far ripartire l’economia, ma dall’altra porre in atto un serio processo di denazificazione. Ciò però significa, in Germania, mettere al bando intere categorie professionali. È plausibile licenziare i 2/3 del corpo docente di scuole e istituti universitari?

Non solo. Risulta di fatto improponibile perseguire ciascun criminale di guerra. Uno fra tutti l’imperatore Hirohito che sembra, almeno sulla carta, avere grosse responsabilità. Non è pensabile processare o addirittura giustiziare il simbolo del Giappone senza prospettare tutta una serie di conseguenze difficili da gestire.
Tra l’altro, in Occidente, l’idea stessa di impero diventa critica, e non solo per una questione di costi. La Gran Bretagna non ha assolutamente i mezzi per mantenere la sua presenza in Medio Oriente, deve scervellarsi non poco per andarsene dall’India senza perdere la faccia. Non si parla più di imperi ma di superpotenze e sono queste (Usa e Urss) a fare il bello e il cattivo tempo, assai sensibili nell’evitare di avere, intorno, altri concorrenti.

L'Occidente e il conflitto arabo-israeliano.

Già qui una riflessione di fondo si impone: perché è difficile vedere questa gran differenza tra l’imperialismo statunitense, sovietico, inglese, cinese e giapponese e l’avventura in Africa di Mussolini.
Un altro prodotto, non da poco, di quell’anno sarà l’inasprimento del conflitto arabo israeliano dovuto alla futura proclamazione dello stato di Israele:
Lo storico George Antonius difese con fervore le ragioni arabe: «Noi tutti proviamo solidarietà per gli ebrei e siamo scioccati di fronte al modo in cui le nazioni cristiane li perseguitano. Ma vi aspettate che i musulmani della Palestina siano più “cristiani” e più umanitari dei seguaci di Cristo?»
Come scriveva Manzoni, del senno di poi son piene le fosse e forse non era possibile evitare, in qualche altra parte del mondo, una questione ebraica. Anzi. Victor Sebestyen ricorda i pogrom del dopoguerra, contro gli ebrei sopravvissuti che tornavano alle loro case. L’Occidente ha risolto il suo problema esportandolo altrove, rendendo assai emblematico e sempre più attuale il sottotitolo del libro esaminato: la guerra in tempo di pace

Titolo: 1946. La guerra in tempo di pace
Traduttori: Didero D., Zucchetti A.
Editore: Rizzoli
Pubblicazione: 2016 
ISBN: 9788817086011
Pagine: 490
Genere: Storia 

giovedì 15 settembre 2016

[FILM] Biancaneve e il cacciatore di Rupert Sunders (2012) con Kristen Stewart,Chris Hemsworth, Charlize Theron

di Federica Dotto


Biancaneve è la sola persona nel reame più bella della cattiva regina Ravenna che vuole distruggerla. Ma quello che la malvagia matrigna non immagina è che la giovane donna, scappata dalle sue grinfie e che ora minaccia il suo regno, è stata addestrata nell'arte della guerra da un cacciatore di nome Eric che era stato mandato a catturarla.


RECENSIONE

La reale protagonista del film di Ruper Sunders è la matrigna, la quale esce dalla fiaba che conosciamo imponendosi per la sua forza tragica. 
Essa rappresenta sin dall'inizio la parte buia, ombrosa della femminilità, che si cerca malamente di celare e che con prepotenza riaffiora chiedendo l'attenzione che merita. La Regina Ravenna non è un essere malvagio come tanti, un rompiscatole da eliminare, è l'archetipo più profondo di un motivo eterno.
Ravenna è, di fatto, ossessionata dallo scorrere degli anni, dalla vecchiaia che ruba la bellezza di un tempo. Il Duca di La Rochefoucauld non aveva torto nel dire che l'inferno delle donne è la vecchiaia. Allo stesso modo la matrigna afferma che finché si rimane giovani e belle si ha il mondo ai propri piedi. Ogni donna sa che è così: non ignora che la bellezza è la più importante virtù femminile. Affermare il contrario è una mistificazione, un inganno. Tra l'altro è proprio sul piano della bellezza che Biancaneve dà alla matrigna filo da torcere. 
Bellezza e giovinezza rappresentano qualità effimere necessarie per assicurarsi l'ancor più effimero amore maschile, il quale dura quanto l'esistenza di una farfalla. Quando nella notte delle nozze la matrigna pianta con ferocia il coltello nel cuore del Re, non è solo per conquistare il regno, ma per sfogare una volta per tutte un arcano desiderio di vendetta:
«… quando avete finito con noi, ci buttate in pasto ai cani…»
Convinta, ormai, che gli uomini non siano in grado di amare come dovrebbero, cioè con l'abbandono proprio delle donne, si meraviglia del sincero dolore provato dal Cacciatore per la scomparsa della moglie. Si stupisce non a causa della meschinità del cuore ma perché conosce quella degli uomini e del mondo.
Verso la fine del film la Regina, definitivamente sconfitta, non è scontenta della propria erede. Dirà infatti alla figliastra:
«Voglio dare al mondo la regina che si merita.»
Forse sto insistendo troppo su questo personaggio, ma non si può negare che non ci sarebbe storia senza di lei. Attorno le ruotano i personaggi di Biancaneve del Cacciatore, che non riescono in alcun modo a esserle pari. 
I sentimenti della Regina, anzi le sue ossessioni, seppur condotte all'estremo, possono dirsi universali. Vi è alla base una sorta di schiavitù: quello dell'amore inaffidabile degli uomini che si sposa con la bellezza e la giovinezza; si tratta di un sentimento d'acqua che lega gli uomini alle donne, pronto a evaporare molto presto. Come biasimare chi desidera rendere eterno ciò che eterno non è? La causa di tutta la sofferenza sono gli uomini, incapaci di apprezzare e scorgere l'anima trasparente, l’alfabeto d'aria dell'amata.
Tutto questo genera la profonda solitudine che spezza lo spirito della matrigna, condannandola all'invidia nei confronti di Biancaneve e delle altre donne, a un senso di vuoto senza soluzione.
In questo modo la donna diventa lo scrigno buio della sua stessa grazia, emerge dal fondo la malvagità latente, una zona d'ombra archetipa, arcana, comune al mondo femminile. Si può negarlo? Il buio è il figlio di un misterioso fuoco, di una luce che non trova sbocchi, luoghi, persone o amanti degni in cui riversarsi. Non possiamo stupirci che l'unica figura maschile che si trova accanto alla matrigna di Biancaneve è un consanguineo, un fratello con cui non divide il potere.
Un altro aspetto fondamentale della fiaba così come è stata concepita nel film, è appunto il potere. Il potere si strappa, si conquista, si tiene per sé senza dividerlo con nessuno. Il potere è un anello che stringe un solo dito, è un diadema che cinge un solo capo. 
Qui entra in gioco Biancaneve, degna erede della matrigna. L'ultima scena è impressionante. Essa, si badi bene, è incoronata regina, ma accanto a lei non c'è nessun Re, nessun principe azzurro. La figliastra, durante lo scontro senza esclusione di colpi ha sconfitto la matrigna, ma ha appreso un insegnamento prezioso. Ha fatto sua una concezione del potere più alta di quella degli uomini. Del potere avverte la folgorante bellezza, lo splendore divino. Il potere non è una merce di scambio, non è una volgare moneta da spendere al mercato. Se la bellezza e la giovinezza sono qualità effimere, il potere è il diamante su cui riversare quel fuoco, quella luce folgorante che, come si è detto, non trovava sbocchi.




sabato 10 settembre 2016

Il barone rampante di Italo Calvino

di Davide Dotto

Un ragazzo sale su di un albero, si arrampica tra i rami, passa da una pianta all'altra, decide che non scenderà più. L'autore di questo libro non ha fatto che sviluppare questa semplice immagine e portarla alle estreme conseguenze: il protagonista trascorre l'intera vita sugli alberi, una vita tutt'altro che monotona, anzi: piena d'avventure, e tutt'altro che da eremita, però sempre mantenendo tra sé e i suoi simili questa minima ma invalicabile distanza. Ne è nato un libro ... che sfugge a ogni definizione precisa, così come il protagonista salta da un ramo di leccio a quello d'un carrubo e resta più inafferrabile d'un animale selvatico. Il vero modo d'accostarci a questo libro è quindi quello di considerarlo una specie di Alice nel paese delle meraviglie o di Peter Pan o di Barone di Münchhausen, cioè di riconoscerne la filiazione da quei classici dell'umorismo poetico e fantastico.
(Italo Calvino)

Ogni moralità scompare, dando luogo a un gioco che, per essere troppo libero, diventa meccanico… è appunto una macchina a cui si potrebbero aggiungere o togliere a volontà dei pezzi, poiché se ne ignora la generale utilità e il fine poetico… Essa nasce dal capriccio di una mente ingegnosa profondamente disaggregata, frammentaria, incoerente.
(Alberto Asor Rosa)


Biagio e Cosimo hanno avuto gli stessi genitori e sono vissuti nello stesso ambiente. La vita di Cosimo, spiata e sondata da Biagio, appare tanto fuori dal comune quanto quella di Biagio è regolata e modesta.
Se Cosimo, che vive in cima agli alberi, può vedere meglio la realtà del mondo di sotto, non ha sufficienti occhi per se stesso. Senza Biagio non leggeremmo le avventure del barone rampante.
In comune hanno i giochi, e anche il salire sugli alberi. Solo che uno è sceso, l’altro no. Ovvero: entrambi sono mossi dalla ribellione, ma è Cosimo a compiere la scelta più estrema. Tutto per una storia di lumache che non si vogliono mangiare. Quella di Cosimo è un'ostinazione sovrumana, maniacale. Il fratello minore fa da schermo contro una troppo facile immedesimazione. 
Chi è Cosimo e chi è Biagio, uno ribelle e l’altro più prudente e accorto? Calvino, per mantenere l’equilibrio dello sguardo, è tanto l’uno quanto l’altro, preda di tentazioni di senso contrario. Se Cosimo può guardare meglio cosa avviene di sotto, senza limitarsi a far scherzi e voci a chi passa sottoBiagio possiede uno sguardo d’insieme del mondo di sopra. Se si facesse a meno di una certa distanza, l’ambiente in cui si vive diverrebbe inesplicabile.

Il romanzo è scritto a quattro mani, tese a cercare antidoti contro l’opacità del reale. La penna è quella di Biagio, ma le storie sono di Cosimo. Le quali, a ben vedere, non sono mai le stesse: la fine del Cavalier Avvocato viene talvolta abbellita, narrata in modo diverso, con aggiunte, nuove e infinite ramificazioni, lasciando il gioco all'immaginazione:
Dall’invenzione di sana pianta, io credo, Cosimo era giunto, per successive approssimazioni, a una relazione quasi del tutto veritiera dei fatti (cap. XVI).
È il racconto a predominare più che la presa diretta che permetterebbe l’uso della prima persona singolare. Esso consente una dilatazione dall’interno, senza spezzarne la continuità, coerente con la struttura de L’Orlando Furioso esaminata da Calvino in un famoso saggio.

Più si tenta di avvicinarsi a Cosimo, più la sua condizione risulta inspiegabile. Più lungimirante, a riguardo, è la Generalessa, la madre:
Ma nostra madre, la più lontana da lui, forse, pareva la sola che riuscisse ad accettarlo com’era, forse perché non tentava di darsene una spiegazione (cap. V).

giovedì 8 settembre 2016

Rapporto di polizia. Le accuse di plagio e altri metodi di controllo della scrittura di Marie Darrieussecq

di Davide Dotto

Accusata per due volte di plagio - nel 1998 da Marie NDiaye per "Nascita dei fantasmi", e nel 2007 da Camille Laurens per "Tom è morto" Marie Darrieussecq decide, per meglio difendersi, di cercare di comprendere ciò che le è accaduto. Intraprende così un viaggio nel paese cupo e inospitale della plagiomania, di quel desiderio folle di essere plagiati che può portare alla calunnia...


RECENSIONE

Cos’è esattamente il plagio? È raccogliere dove non si è seminato, fare un “copia e incolla”, una fotocopia, senza inserire nulla di proprio. È una definizione molto ristretta, ma appropriata. Prendiamo per esempio Shakespeare. Non ha inventato Romeo e Giulietta. Un po' ha attinto dalle Metamorfosi di Ovidio, dove si legge la storia di Piramo e Tisbe. Dante dimostra di conoscere le famiglie veronesi:

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti…
Purgatorio,VI 106
Senza andar così lontano, la vicenda era stata raccontata in maniera prolissa dal vicentino Luigi Da Porto nel 1531. Shakespeare si basò sul lavoro di Arthur Brooke del 1562, The Tragicall Historye of Romeus and Juliet.

martedì 30 agosto 2016

L'alba dei libri di Alessandro Marzo Magno

di Davide Dotto

Dov'è stato pubblicato il primo Corano in arabo? Il primo Talmud? Il primo libro in armeno, in greco o in cirillico bosniaco? Dove sono stati venduti il primo tascabile e i primi bestseller? La risposta è sempre e soltanto una: a Venezia. Nella grande metropoli europea - perché all'epoca solo Parigi, Venezia e Napoli superavano i 150.000 abitanti - hanno visto la luce anche il primo libro di musica stampato con caratteri mobili, il primo trattato di architettura illustrato, il primo libro di giochi con ipertesto a icone, il primo libro pornografico, i primi trattati di cucina, medicina, arte militare, cosmetica e i trattati geografici che hanno permesso al mondo di conoscere le scoperte di spagnoli e portoghesi al di là dell'Atlantico. Venezia era una multinazionale del libro, con le più grandi tipografie del mondo, in grado di stampare in qualsiasi lingua la metà dei libri pubblicati nell'intera Europa. Committenti stranieri ordinavano volumi in inglese, tedesco, cèco, serbo. Appena pubblicati, venivano diffusi in tutto il mondo. Aldo Manuzio è il genio che inventa la figura dell'editore moderno. Prima di lui gli stampatori erano solo artigiani attenti al guadagno immediato, che riempivano i testi di errori. Manuzio si lancia in progetti a lungo termine e li cura con grande attenzione: pubblica tutti i maggiori classici in greco e in latino, ma usa l'italiano per stampare i libri a maggiore diffusione. Inventa un nuovo carattere a stampa, il corsivo. Importa dal greco al volgare la punteggiatura.


La storia qui raccontata non ha eguali in Europa, e poco importa il primato della Germania con il suo Guttenberg inventore dei caratteri mobili (chi afferma che egli sia l'inventore della stampa non è molto preciso, di tecniche di stampa ve ne erano a iosa, e non solo in Europa: credo sia la prima cosa che imparano gli aspiranti bibliotecari).
Sono stati tre i presupposti che hanno consentito alla laguna una centralità senza precedenti:
1. Un'alta concentrazione di letterati. Da non trascurare la presenza, all'interno della Repubblica di Venezia, dell'Università di Padova e la presenza di lettori forti: se in Germania la lettura aveva carattere elitario (1,5% della popolazione) a Venezia coinvolgeva un quarto della popolazione maschile tra i 6 e i 15 anni che andava a scuola. 
2. Un'ampia disponibilità di capitali oltre a notevoli capacità imprenditoriali
3. L'assenza di censura a causa di una ridotta influenza della Chiesa e dell'Inquisizione, almeno fino alla metà del secolo XVI.

 Sarà grazie a uno stampatore d'eccezione come Aldo Manuzio che a Venezia fiorisce l'editoria e non solo quella italiana. Su molte cose egli è stato il primo:
  • ha diffuso i libri tascabili (libelli portatiles)
  • ha inventato il corsivo (non per niente si chiama italic: occupando meno spazio consentiva il risparmio della carta, assai costosa)
  • ha inventato il best seller
  • è autore di una rivoluzione intellettuale senza precedenti: quella del libro come svago, cosa inconcepibile durante il Medioevo fatto di copisti e di incunaboli. 
Dopo di lui l'editoria sarà irrevocabilmente diversa da come  era prima. Ancora ai nostri giorni conviviamo con le sue intuizioni. Ci vorrà, forse, il libro elettronico per mandarle in soffitta.

giovedì 25 agosto 2016

Estinzione - di Thomas Bernhard

di Davide Dotto
articolo uscito su Art-Litteram




Qualsiasi cosa scrivi è una catastrofe. Questa è la cosa deprimente della fede di uno scrittore. Non si può mai mettere su carta quel che si pensa o si immagina. Va perso quando è messo su carta.


Di solito si raccolgono i ricordi affinché non si disperdano. Estinzione assomiglia molto a un libro di memorie sui generis: nella pagina scritta sono travasati fatti, racconti, immagini neanche fosse un’urna funeraria. Si avverte il desiderio di staccare una memoria fastidiosa da colui al quale essa appartiene. Ciò può avvenire in un modo soltanto, cessando di esistere.
Il romanzo, che si apre con un telegramma, è un monologo ininterrotto di ben 496 pagine diviso in due parti. Franz-Josef Murau viene a sapere dell’improvvisa morte dei genitori e di Johannes, suo fratello maggiore e erede del feudo di Wolfsegg. Al lutto si accompagna un’eredità ingente, restano due sorelle di cui dovrebbe sentirsi responsabile.
La prima parte, una parentesi di 237 pagine, è un’assillante e tormentata elaborazione del lutto, un tergiversare intorno al significato del telegramma ricevuto.
In essa Franz-Joseph se la prende con i membri della sua famiglia, fino a coinvolgere il luogo in cui  ha vissuto e ad aprire la porta alle implicazioni della Storia. L’ambiente famigliare l’ha sfornato donandogli un’anima che può rinnegare ma non cambiare. La stessa cosa avviene con le idee, le suggestioni, le convenzioni dentro un periodo storico in cui gli è toccato vivere. Non è stato sufficiente allontanarsi. Roma, nella quale si è rifugiato, non è che un punto di osservazione come un altro. Il suo occhio è rivolto comunque verso la felix Austria. Trova difficile togliersi dalla scarpa gli stessi sassi con i quali ha camminato a lungo.
La seconda parte racconta l’indugiare nel presentarsi al cospetto dei suoi morti.
A partire da questo momento Franz-Josef (l’erede sostituto)  è il nuovo padrone. Così lo vedono le sorelle, le quali ritengono si comporterà di conseguenza:
 non avrebbero preteso da lui null’altro che il suo totale sacrificio (p. 298).